Come il riscaldamento globale divenne di pubblico dominio
Grafiche di Martina Spinelli
La prima Conferenza Mondiale sul Clima
Il 1979 fu un anno contraddistinto da molti fatti che segnarono svolte epocali: la rivoluzione islamica in Iran che instaurò il regime degli ayatollah, l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS che per molti storici segnò l’inizio della fine del regime sovietico, l’ascesa al potere di Margaret Thatcher nel Regno Unito che inaugurò l’era del neoliberismo. Ma anche per la storia della questione climatica fu un anno memorabile.
Dal 12 al 23 febbraio 1979 a Ginevra si svolse la prima Conferenza Mondiale sul Clima, un convegno scientifico patrocinato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), a cui parteciparono ricercatori provenienti da un’ampia gamma di discipline per esplorare il modo in cui i cambiamenti climatici potessero influenzare le attività umane. La dichiarazione finale invitava i governi del mondo a “prevedere e prevenire i potenziali cambiamenti climatici causati dall’uomo che potrebbero essere negativi per il benessere dell’umanità”. Nel concreto la Conferenza ha portato all’istituzione, sotto la responsabilità congiunta del WMO e dell’UNEP, del Programma Mondiale per il Clima (WCP) con lo scopo di promuovere e coordinare la ricerca scientifica mondiale sul clima.
L’amministrazione statunitense di Jimmy Carter prese sul serio le indicazioni del WMO e nel maggio di quell’anno richiese alla National Academy of Sciences uno studio per fare il punto sugli sviluppi scientifici in merito al riscaldamento globale e, in particolare, sull’affidabilità dei sempre più numerosi modelli climatici. Un gruppo di lavoro coordinato dal meteorologo Jule Charney produsse nel mese di luglio un rapporto dal titolo “Carbon Dioxide and Climate: A Scientific Assessment”, più noto come rapporto Charney. È stato uno dei primi studi pubblici a spiegare in modo molto chiaro ed inequivocabile l’insostenibilità di un sistema economico basato sui combustibili fossili, stimando inoltre una sensibilità climatica tra 1,5 e 4,5° C, praticamente gli stessi valori del sesto rapporto dell’IPCC pubblicato oltre 40 anni dopo. Un momento chiave dei primi studi sul clima. Purtroppo, però, ebbe una diffusione limitata agli ambienti scientifici e imprenditoriali, e non portò ad azioni politiche serie volte a ridurre le emissioni di gas serra.
Le radici del negazionismo
Ma anche le compagnie petrolifere non trascurarono le indicazioni del WMO e in quegli anni intensificarono gli sforzi per comprendere il fenomeno. Come ha ricostruito una approfondita inchiesta giornalistica di Inside Climate News, un’organizzazione giornalistica focalizzata sui temi ambientali, la Exxon Corporation condusse ricerche climatiche all’avanguardia che, in un documento riservato datato 15 novembre 1982, portarono alla conclusione: “se la Terra ha una tendenza al riscaldamento, è improbabile sia rilevabile prima del 1995 (…) tuttavia, alcuni gruppi scientifici temono che gli effetti, una volta misurabili, possano non essere reversibili e che si possa fare ben poco per correggere la situazione nel breve periodo”.
Ovviamente la Exxon non era sola: è provato che negli stessi anni anche gli scienziati che lavoravano per la olandese Shell avevano previsto il riscaldamento globale. In un report confidenziale del 1986 si legge che “l’incremento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è principalmente dovuto alla combustione di carburanti fossili” e che “la concentrazione di CO2 dovrebbe raddoppiare rispetto ai livelli preindustriali tra il 2040 e il 2080” comportando “un riscaldamento della superficie tra i 1,3 e i 3,3 °C”. In altri punti si trovano delle stime di straordinaria precisione: ad esempio che la concentrazione di CO2 nel 2030 sarà di 450 ppm (l’ultima rilevazione del NOAA per il 2025 è di oltre 425 ppm). Il documento spiegava dettagliatamente le conseguenze del riscaldamento globale sui fenomeni meteorologici, sull’agricoltura, sugli ecosistemi e quali sarebbero state le implicazioni socio-economiche di questi cambiamenti, facendo riferimento esplicitamente ad adattamenti “che potrebbero essere costosi e cambiare drasticamente il modo in cui la gente vive e lavora” e migrazioni da parte delle popolazioni.
Diversamente dallo studio della Exxon, spiegava anche che “l’individuazione di eventuali impatti potrebbe essere abbastanza precoce da consentire all’uomo di anticiparli e di adattarsi in tempo”. Nel documento si prevedevano già allora fenomeni come le inondazioni delle aree costiere del Bangladesh a causa dell’innalzamento del livello del mare, la distruzione delle barriere coralline dovute all’acidificazione dei mari, la diminuzione dell’assorbimento della CO2 per le massicce deforestazioni causate dallo sviluppo demografico. Il documento si concludeva delineando le possibili conseguenze sull’industria energetica (“una riduzione complessiva dell’uso dei combustibili fossili ridurrebbe ovviamente la produzione di CO2 e potrebbe essere ottenuta attraverso la contrazione dei consumi energetici, il miglioramento dell’efficienza energetica e la sostituzione dei combustibili fossili con l’energia nucleare, ad esempio”) e sull’approccio da tenere (“non sarà opportuno assumersi l’onere principale, perché si tratta di questioni che in ultima analisi solo i governi possono affrontare, e in cui il comportamento degli utenti ha un ruolo importante”).
Il buco dell’ozono
Tutto ciò passò sotto silenzio anche grazie al fatto che in quegli anni l’attenzione della pubblica opinione mondiale fu catalizzato da un altro fenomeno atmosferico che venne presentato con toni apocalittici.
Tutto nacque nel 1984 a seguito della pubblicazione dei dati raccolti sullo strato di ozono da Joseph Farman, che lavorava per l’organizzazione britannica dedicata alla ricerca scientifica in Antartide. I suoi studi riguardavano un gas, l’ozono, che si distribuisce in atmosfera prevalentemente alle altitudini comprese tra i 10 e i 50 km, la cosiddetta stratosfera. L’ozono stratosferico è molto importante perché agisce come “schermo” per il nostro pianeta, fornendo una sorta di scudo protettivo naturale contro i raggi ultravioletti più potenti e intensi emessi dal Sole.
I dati di Farman indicavano che in una regione dell’Antartide più estesa degli Stati Uniti lo strato di ozono risultava più sottile del normale. Questa zona venne subito chiamata “buco dell’ozono” e tale denominazione contribuì certamente all’incredibile successo mediatico che riscosse la notizia: sui giornali e in televisione esimi scienziati spiegavano che la perdita di ozono poteva esporre l’uomo, gli animali e le piante a radiazioni ultraviolette pericolosissime che avrebbero avuto conseguenze drammatiche quali il danneggiamento del DNA di molti organismi, una minor produzione agricola, l’impoverimento del fitoplancton oceanico, tumori alla pelle, problemi agli occhi e alla vista e un indebolimento del sistema immunitario. Insomma, questa scoperta scatenò per la prima volta in tutto il mondo un generalizzato allarme della pubblica opinione relativamente alle conseguenze dell’inquinamento atmosferico prodotto dalle attività umane.
L’ONU promosse tramite l’UNEP i lavori che permisero di arrivare nel 1985 alla Convezione di Vienna, per stimolare la ricerca scientifica in questo campo, e due anni dopo alla stipula del Protocollo di Montreal, un trattato internazionale per la riduzione e la successiva completa rinuncia a livello mondiale della produzione e del consumo di gas che impoveriscono lo strato di ozono, in particolare i clorofluorocarburi (CFC), una famiglia di sostanze chimiche largamente usate nei frigoriferi, nelle bombolette spray e nella produzione del polistirolo. Ad oggi il protocollo è stato firmato da 197 Paesi e la sua attuazione ha consentito di ridurre di oltre il 98% la produzione e il consumo di sostanze ozono lesive. Di conseguenza sono fortemente calate anche le emissioni nell’atmosfera e il buco dell’ozono sopra l’Antartide si sta riducendo dopo aver raggiunto la massima intensità verso la fine dello scorso millennio. Tuttavia, in base agli ultimi studi, si prevede che si dovrà attendere almeno la seconda metà di questo secolo affinché lo strato di ozono raggiunga di nuovo lo spessore antecedente il 1980. Infatti i CFC hanno una persistenza nell’atmosfera che può durare decenni.
Come ha affermato Mario Molina in occasione della consegna del premio Nobel per la Chimica, di cui fu insignito nel 1995 proprio per i suoi studi sui clorofluorocarburi che permisero di scoprire la causa del buco dell’ozono, la minaccia del buco dell’ozono “ha mostrato che diversi settori della società (la comunità scientifica, l’industria, le organizzazioni ambientaliste, i rappresentanti del governo e i responsabili politici) possono lavorare insieme per raggiungere accordi internazionali: il Protocollo di Montreal ha stabilito un precedente molto importante per la soluzione dei problemi ambientali globali”.
Questo è innegabilmente vero ma per completezza di informazione bisogna ricordare che fu possibile giungere così rapidamente al Protocollo di Montreal anche perché il settore industriale disponeva già di tecnologie che fornissero alternative ai CFC con sostanze meno dannose per l’ozono, quali gli idroclorofluorocarburi (HCFC), gli idrofluorocarburi (HFC) e i fluorocarburi (FC), sebbene nei decenni successivi si scoprì che anche questi hanno comunque un’azione ozono lesiva, oltre che climalterante.
L’audizione di James Hansen al Senato degli Stati Uniti
Così verso la fine degli anni 80 l’opinione pubblica era matura per cominciare a interessarsi al tema dei cambiamenti climatici. E infatti, anche grazie alla copertura mediatica offerta dal New York Times, non passò inosservata l’audizione al Senato degli Stati Uniti del 23 giugno 1988 di James Hansen, direttore del Goddard Institute della NASA. In quell’occasione Hansen dichiarò in modo inequivocabile che il clima stava cambiando a causa dell’effetto serra provocato dall’utilizzo dei combustibili fossili. L’articolo del New York Times che ne diede notizia in prima pagina riportava: “i modelli matematici prevedono ormai da alcuni anni che un accumulo di anidride carbonica derivante dalla combustione di combustibili fossili come carbone, petrolio e altri gas emessi nell’atmosfera dalle attività umane causerebbe il riscaldamento della superficie terrestre intrappolando la radiazione infrarossa proveniente dal Sole, trasformando l’intera Terra in una specie di serra”. E ancora: “si prevede che l’aumento della temperatura globale causerà un’espansione termica degli oceani e lo scioglimento dei ghiacciai montani e dei ghiacci polari, provocando così un innalzamento del livello del mare da 30 a 120 centimetri entro la metà del prossimo secolo”[1].
Il senatore Timothy Wirth che presiedette l’udienza dichiarò: “Da quanto ho letto, le prove scientifiche sono convincenti: il clima globale sta cambiando man mano che l’atmosfera terrestre si riscalda. Ora, il Congresso deve iniziare a considerare come rallentare o arrestare questa tendenza al riscaldamento e come affrontare i cambiamenti che potrebbero già essere inevitabili”. Questo evento rappresentò l’inizio del dibattito sui cambiamenti climatici nella politica statunitense.
La nascita dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)
Nello stesso anno l’UNEP e il WMO decisero di migliorare la comprensione dei cambiamenti climatici costituendo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Lo scopo dell’IPCC è quello di valutare le informazioni scientifiche sul cambiamento climatico fornendo una sintesi esaustiva delle conoscenze sulle sue cause, le sue conseguenze e sulle prospettive future. Ogni rapporto dell’IPCC è costituito da tre distinti documenti focalizzati rispettivamente sulle scoperte scientifiche, l’adattamento e la mitigazione e da una sintesi redatta appositamente per i responsabili politici (Summary for Policymakers). È importante notare che i rapporti sono una valutazione della letteratura scientifica esistente e non il prodotto di una ricerca originale. Lo scopo dei rapporti dell’IPCC è di fornire ai governi, a tutti i livelli, le informazioni scientifiche necessarie per sviluppare le politiche climatiche.
Per come vengono prodotti e per lo scopo per cui vengono redatti, i rapporti dell’IPCC cercano di evitare gli allarmismi e, soprattutto quando trattano argomenti oggetto di controversie nella comunità scientifica, tendono a mediare le diverse posizioni. Pertanto talvolta sono oggetto di critiche da parte di scienziati più o meno illustri quando su specifici punti li ritengono troppo prudenti. Comunque, dopo aver pubblicato 6 rapporti dal 1990 al 2023, l’IPCC è diventato una fonte molto autorevole su questi argomenti perché viene ritenuto super partes e con un approccio realmente multidisciplinare.
Il primo rapporto è stato rilasciato nell’agosto del 1990: in esso veniva confermata l’evidenza scientifica dei cambiamenti climatici riconducendone le cause all’attività umana e concludeva affermando che “l’aumento delle emissioni di gas serra di origine antropica potrebbe causare un riscaldamento della superficie terrestre di diversi gradi nei prossimi decenni”. Per la prima volta un documento concordato tra i governi di tutto il mondo affermava che i cambiamenti climatici erano dovuti alle attività umane, confermando la preoccupazione che aveva portato nell’aprile dello stesso anno 200 milioni di persone in 141 Paesi a partecipare alla terza Giornata della Terra, che da quell’anno assunse un carattere internazionale e cominciò ad essere organizzata ogni anno.
- Shabecoff P. “Global Warming Has Begun, Expert Tells Senate” in The New York Times – 24 giugno 1988 ↑
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