Il consolidamento del pensiero ecologista
Grafiche di Viola Madau
La prima “Giornata della Terra”
Nella fredda e nuvolosa mattina del 29 gennaio 1969, Bob Sollen, giornalista del Santa Barbara News-Press, il più antico giornale del sud della California, ricevette una telefonata da una fonte anonima. Quando rispose, una voce affannata e spaventata urlò: “L’oceano sta ribollendo, il fondo dell’oceano è esploso”. La comunicazione si interruppe subito dopo e lasciò Sollen interdetto. Rimase un paio di minuti con la cornetta fra le mani, poi si gettò sulle spalle il vecchio cappotto di lana e percorse velocemente le poche centinaia di metri che separavano la redazione dalla costa di West Beach. Giunto in riva al mare, percorse quasi di corsa l’intero molo di Stearns per raggiungere il ristorante Moby Dick, dove trovò il cuoco e un paio di cameriere che stavano guardando verso il largo, dove una immensa chiazza nera si estendeva fino all’orizzonte. Fu così che venne a conoscenza del più grande disastro mai accaduto nella storia delle trivellazioni petrolifere offshore, e grazie ai suoi dettagliati articoli la notizia venne ripresa dalle TV nazionali ed ebbe risalto in tutti gli Stati Uniti.
A causa dell’incidente su una piattaforma petrolifera a circa 6 miglia dalla costa, per undici giorni tonnellate di greggio si riversarono nel Pacifico, estendendosi su oltre 2000 chilometri quadrati di oceano e ricoprendo più di 50 chilometri di spiaggia. L’impatto ambientale fu terrificante: si ritrovarono carcasse di delfini, balene, e pesci morti, avvelenati e soffocati dalle scorie petrolifere. Molti animali continuarono a morire nei mesi successivi a causa dei detersivi usati per pulire il mare. Fu il più grosso disastro ambientale mai avvenuto e grazie alla grande copertura mediatica provocò nella pubblica opinione un’indignazione mai vista prima d’allora per una questione ambientale. Il senatore democratico Gaylord Nelson si fece carico delle istanze sollevate dall’incidente e propose diverse norme per la salvaguardia ambientale, ma soprattutto, prendendo ispirazione dal fermento che spingeva sempre più giovani a manifestare contro la guerra in Vietnam, organizzò la la prima Giornata della Terra.
Il 22 aprile 1970 in tutti gli Stati Uniti 20 milioni di americani si radunarono per protestare: le dimensioni degli eventi variarono dalle piccole assemblee delle scuole superiori a quella che il New York Daily News chiamò la “marmellata umana” per descrivere il corteo che decine di migliaia di partecipanti crearono sulla Quinta Strada. L’impatto negli Stati Uniti della prima Giornata della Terra fu amplificato grazie alla copertura mediatica della CBS News e alla partecipazione di alcuni grandi nomi dello spettacolo statunitense, tra cui Paul Newman. Ovviamente suscitò reazioni contrastanti. Ad esempio i repubblicani si schierarono contro l’obiettivo degli ambientalisti di aumentare la spesa pubblica e la regolamentazione governativa per l’ambiente. L’organizzazione conservatrice femminile delle Figlie della Rivoluzione Americana (Daughters of the American Revolution) dichiarò che tali spese fossero inutili e imposte alla nazione dalle esagerazioni partorite dalle menti degli ambientalisti. Ma anche tra coloro che appoggiarono la Giornata della Terra, come Richard Hatcher il sindaco afroamericano di Gary, in Indiana, ci furono dichiarazioni critiche ritenendo che l’agenda politica americana avesse ben altre priorità e che quindi il nuovo movimento avrebbe “distratto la nazione dai problemi dei diritti civili umani dei neri e delle altre minoranze”.
Nondimeno, anche sulla spinta di questa mobilitazione, il presidente repubblicano Richard Nixon costituì pochi mesi dopo la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), al fine di migliorare la conoscenza dell’ambiente nel suo complesso e quello marino in particolare, e l’Environmental Protection Agency (EPA), per svolgere attività di ricerca e formazione in campo ambientale e collaborare con i vari livelli dell’amministrazione americana per far rispettare gli standard nazionali in campo ecologico.

Il saggio “I limiti dello sviluppo”
Un altro evento che stimolò la sensibilità della pubblica opinione sulla questione ambientale avvenne un paio di anni dopo. Il 2 marzo 1972 venne infatti pubblicato un saggio che fece parlare si sé per decenni. Si tratta del libro “I limiti dello sviluppo” realizzato dalla prestigiosa università di Boston, il Massachusetts Institute of Technology (MIT), su commissione del Club di Roma, un’associazione culturale fondata nel 1968 per studiare i cambiamenti della società contemporanea.
Gli autori dello studio hanno schematizzato le dinamiche della presenza umana sulla Terra tramite un modello computerizzato con i cinque fattori fondamentali che ne determinano lo sviluppo: la popolazione umana, la produzione agricola, le risorse naturali, la produzione industriale e l’inquinamento. Il team del MIT ha verificato il comportamento del modello in base a diverse ipotesi (per esempio una disponibilità infinita di risorse naturali) per determinare dodici scenari alternativi per il prossimo futuro dell’umanità, cioè entro il 2100. Nonostante il modello contenesse esplicitamente delle ipotesi molto ottimistiche (ad esempio tra le altre: assenza di guerre, di pandemie e di eventi naturali catastrofici) tutti gli scenari più realistici prevedono il collasso ambientale ed economico del sistema entro gli ultimi 50 anni di questo secolo per varie combinazione di cause (esaurimento delle risorse, scarsità di cibo, declino della produzione industriale, ecc.). L’elemento mantenuto costante in tutti gli scenari è il complesso delle interazioni tra i cinque fattori, cioè il modello di comportamento dell’umanità basato sulla crescita materiale infinita. Il rapporto concludeva che per evitare un futuro catastrofico collasso dell’umanità fosse perciò necessario cambiare proprio questo aspetto adottando un approccio più sostenibile.
Si tratta di concetti ormai ampiamente diffusi nel dibattito pubblico, ma all’epoca il rapporto ebbe un immenso clamore che scatenò una controversia mondiale sulla capacità della Terra di resistere alla costante espansione umana ed economica. Più di 50 anni dopo, con oltre 10 milioni di copie vendute in 28 lingue e una sua revisione in occasione del trentesimo anniversario della prima edizione, questo saggio rimane un punto di riferimento per chiunque cerchi di comprendere le complesse relazioni alla base dei rapporti tra ambiente e sviluppo.

La prima Conferenza ONU sull’ambiente umano
La crescente sensibilità della pubblica opinione verso l’ambiente e le problematiche dell’inquinamento ebbe finalmente un riconoscimento mondiale poche settimane dopo la pubblicazione del saggio del MIT quando, nel giugno del 1972 a Stoccolma, si svolse la prima Conferenza ONU sull’ambiente umano. In piena Guerra Fredda, la Conferenza venne boicottata dall’Unione Sovietica e da molti suoi alleati con la scusa dell’esclusione della Repubblica Democratica Tedesca, cioè il regime comunista della Germania. Del resto i due stati in cui al tempo era divisa la nazione tedesca non erano membri dell’ONU perché non si riconoscevano reciprocamente (cosa che avvenne solo con la firma di un trattato nel dicembre successivo).
Il clima politico internazionale inevitabilmente influenzò i lavori della Conferenza. Ad esempio la Cina presentò un documento che condannava le politiche degli Stati Uniti in Vietnam e in altre aree del mondo. Altri Paesi tra cui Pakistan, Perù e Cile assunsero posizioni critiche verso il neocolonialismo di Stati Uniti, Gran Bretagna e altre potenze europee. Insomma, i temi ambientali furono spesso il pretesto per rinfocolare altre questioni geopolitiche e del resto nel 1972 le questioni ecologiche non erano proprio la priorità né dei Paesi sviluppati né in quello che allora veniva chiamato “Terzo mondo”.
Gli ambiziosi obiettivi degli organizzatori della Conferenza furono frenati anche da un gruppo segreto di nazioni sviluppate (Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Francia) che si era già costituito con un anno di anticipo. In un resoconto di una delle sue prime riunioni questo comitato informale veniva definito “un organo politico non ufficiale per concertare le opinioni dei governi” preoccupati che i regolamenti ambientali potessero limitare il commercio internazionale[1]. L’esistenza di questo gruppo è emersa solo 30 anni dopo, quando fu tolto il segreto di Stato a diversi documenti del governo britannico. Da questi documenti è emersa l’attività del gruppo per limitare gli argomenti discussi durante la Conferenza e salvaguardare gli interessi economici dei partecipanti.
Comunque nel documento finale della Conferenza vennero stabiliti dei “principi innovativi che sancivano che l’uomo ha il diritto fondamentale alla libertà, all’uguaglianza e a condizioni di benessere adeguate in un ambiente di qualità a fronte della sua responsabilità di proteggere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future”.
Nel concreto nel dicembre del 1972 venne creato il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme o UNEP) con sede a Nairobi, in Kenya, con il mandato di operare a favore della tutela dell’ambiente e dell’uso sostenibile delle risorse naturali. Per molti è stato il primo passo verso lo sviluppo del diritto ambientale internazionale.

La reazione delle compagnie petrolifere
Il crescente interesse verso l’ambiente da parte della pubblica opinione e della politica in diversi paesi e in seno all’ONU suscitarono un certo allarme nell’industria petrolifera che ci vedeva potenziali minacce al proprio business. È interessante notare che queste preoccupazioni non fossero alimentate solo dalla crescente sensibilità pubblica verso le manifestazioni più visibili dell’inquinamento ambientale, come per la Giornata della Terra, ma anche dal dibattito che si stava sviluppando nella comunità scientifica circa le tesi riguardanti le cause antropiche del riscaldamento globale.
Un chiaro esempio del modo in cui l’industria petrolifera iniziò ad affrontare questo tema è rappresentato dall’incarico assegnato dalla Exxon, una delle più importanti industrie petrolifere americane, ad uno scienziato della sua Divisione Ricerca Prodotti, James F. Black. Nel luglio del 1977, Black presentò a un pubblico di dirigenti della Exxon la sua relazione sull’effetto serra causato dall’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Illustrò lo stato dell’arte delle ricerche scientifiche, riportando, per esempio, i dati delle misurazioni svolte all’osservatorio di Mauna Loa e i risultati dei modelli climatici sviluppati da Manabe. Spiegò con dovizia di particolari gli effetti che un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe avuto, non solo in termini di un riscaldamento globale di circa 2-3 °C, ma anche spiegando il fenomeno dell’amplificazione artica e la prevedibile scomparsa della banchisa polare. Nella sua relazione evidenziò più volte i margini di incertezza di queste previsioni ma non mancò di chiarire, relativamente all’aumento della CO2 nell’atmosfera, che “gli scienziati attribuiscono generalmente questo aumento alla combustione di combustibili fossili perché sono l’unica fonte facilmente identificabile il cui uso cresce allo stesso ritmo e in misura sufficiente a spiegare gli aumenti osservati”.
Quindi alla fine degli anni 70, mentre l’interesse di ambientalisti e politici era ancora orientato in senso generico verso gli effetti più tangibili dell’inquinamento ambientale, l’industria dei combustibili fossili era già consapevole del problema del riscaldamento globale. Ma non aveva ancora le idee chiare su quale posizione assumere su questo tema: adottare una posizione responsabile e contribuire a combatterlo o perseguire esclusivamente obiettivi di crescita economica a qualunque costo? Negli anni successivi questo dubbio fu risolto nel peggiore dei modi.
- Hamer M. “Plot to undermine global pollution controls revealed” in NewScientist – gennaio 2002↑
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